mercoledì 30 settembre 2015
lunedì 31 agosto 2015
I NUOVI ORGANI COLLEGIALI NELLA SCUOLA
I NUOVI ORGANI COLLEGIALI NELLA SCUOLA!
Al
momento il ruolo degli organi collegiali della scuola non ha subito nessun
effetto ghigliottina ad opera della legge 107 se non alcune modifiche nella
definizione del Piano triennale dell’offerta formativa e nella costituzione del
comitato per la valutazione dei docenti cui la legge assegna una nuova funzione
di concorrenza nella definizione dei criteri per la valorizzazione del merito.
Dopo
l’approvazione della Legge 107 quello che più preoccupa il mondo della scuola
sono le numerose deleghe conferite al Governo, come
vuoti da riempire, al fine di provvedere al riordino, alla semplificazione e
alla codificazione delle disposizioni legislative in materia di istruzione.
Anche il Testo Unico, D.Lgs. n.297 del 1994, sarà ritoccato e con una scontata
prevedibilità è naturale attendersi quindi un riordino degli Organi Collegiali
con relativi ruoli e compiti rinnovati.
Secondo
quanto leggiamo nel comma 181 della legge 107, il legislatore intende
mettere mano ad un’opera di articolazione, rubricazione, integrazione e
modifica delle disposizioni di legge; per arginare
possibili norme in conflitto con le nuove disposizioni ha pure inserito un
vezzoso comma 196 venendo così a sterilizzare le norme e le
procedure contenute nei contratti collettivi, contrastanti con quanto previsto
dalla presente legge.
Allo
stato dell’arte, prima che un’onda anomala spazzi via questo stato di
trepidazione creato dalla Buona scuola, le cui parole risuonano adesso come un
mantra sociale dagli effetti devastanti, per procedere ad un censimento dei
ruoli e delle competenze degli Organi collegiali e poter agire ope legis, è
quanto meno essenziale conoscere gli ambiti d’azione entro cui
è possibile difendere i ruoli che la legge assegna ancora alla collegialità.
Prima che questa possa divenire, viste le deleghe concesse, solo un’usanza
passata.
Così è
importante scorticare all’interno della legge 107 quel che ancora resta,
insomma dell’agire nel rispetto degli organi collegiali e com’è ovvio che sia, separarlo dal
ruolo potenziato dei dirigenti scolastici.
Per
intenderci nella legge si possono rintracciare molti profili in cui la
collegialità perdura attiva ed inalterata. Il legislatore ha messo solo il
punto su talune prerogative spettanti unicamente al dirigente scolastico, ma
che al momento lasciano il tempo che trovano perché rimangono ancora evidenti
spazi di concertazione.
Nel
rispetto degli organi collegiali
Il
D.P.R. 275 del 1999, regolamento sull’autonomia delle istituzioni scolastiche,
definendo il coordinamento delle competenze, stabilisce che “gli organi
collegiali della scuola garantiscono l'efficacia dell'autonomia delle
istituzioni scolastiche nel quadro delle norme che ne definiscono competenze e
composizione”. “Il dirigente scolastico esercita le funzioni di cui al decreto
legislativo 6 marzo 1998, n.59, nel rispetto degli organi collegiali”(art.16);
lo stesso principio del rispetto verso gli organi di governo della scuola è
ribadito nel comma 2 dell’art.25 del D.Lgs. n.165 del 2001, dedicato ai compiti
dei dirigenti delle istituzioni scolastiche, dove sta scritto che “nel rispetto
delle competenze degli organi collegiali scolastici, spettano al dirigente
scolastico autonomi poteri di direzione, di coordinamento e di valorizzazione
delle risorse umane”.
Al
momento la ratio della legge 107 lascia pressoché immutato il ruolo degli
organi collegiali; leggendo l’attuale comma 78, il legislatore ha chiaramente confermato che il dirigente scolastico, per
dare piena attuazione all’autonomia scolastica e alla riorganizzazione del
sistema di istruzione e garantire un’efficace ed efficiente gestione delle
risorse umane, finanziarie, tecnologiche e materiali, sia tenuto anche a
rispettare le competenze degli organi collegali.
Per
primo il comma 2 della legge 107 afferma infatti che sono le istituzioni
scolastiche a dover garantire la partecipazione alle decisioni degli organi
collegiali; la partecipazione è affermata come principio generale; di
conseguenza, per effetto di tale asserzione, le istituzioni scolastiche, intese
come espressione di tutte le sue componenti, concorrono alle decisioni, a
tutela appunto del principio espresso nel comma 2.
Le
istituzioni scolastiche intervengono in molte materie indicate nella legge e
rinvenibili nei vari commi:
- effettuano la programmazione triennale dell’offerta
formativa (comma 2) e le proprie scelte in merito agli insegnamenti e alle
attività curricolari, extracurricolari, educative e organizzative e individuano
il proprio fabbisogno di attrezzature e di infrastrutture materiali, nonché di
posti dell’organico dell’autonomia (comma 6);
-
individuano il fabbisogno di posti dell'organico dell'autonomia, in relazione
all'offerta formativa che intendono realizzare, nel rispetto del monte orario
degli insegnamenti e tenuto conto della quota di autonomia dei curricoli e
degli spazi di flessibilità, nonché in riferimento a
iniziative di potenziamento dell'offerta formativa e delle attività
progettuali, per il raggiungimento degli obiettivi formativi (comma 7)
-
predispongono il piano triennale dell'offerta formativa (comma 12) con la
partecipazione di tutte le componenti dell’istituzione scolastica (comma 14),
salvo quindi seppur modificato per certi aspetti il ruolo del consiglio di
istituto ;
- possono promuovere nei periodi di sospensione dell'attività didattica,
insieme agli enti locali, anche in collaborazione con le famiglie interessate e
con le realtà associative del territorio e del terzo settore, nell'ambito delle
risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente e,
comunque, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, attività
educative, ricreative, culturali, artistiche e sportive da svolgere presso gli
edifici scolastici (comma 22);
-promuovono,
all’interno dei piani triennali dell’offerta formativa azioni coerenti con le
finalità e i principi e gli strumenti previsti nel Piano nazionale
per la scuola digitale di cui al comma 56 e i cui obiettivi da perseguire sono
indicati nel comma 58.
In
questi casi ed altri, poiché trattasi di materie ricadenti negli ambiti di
competenza delle istituzioni scolastiche, quand’anche non sia espressamente
detto, ogni intenzionalità e azione in tal senso, richiede legittimamente
l’intervento degli organi collegiali. La comunità scolastica con tutte le sue
componenti svolge ancora un ruolo “partecipativo” e ai sensi del comma 78, il
dirigente scolastico, per dare piena attuazione all’autonomia scolastica e alla
riorganizzazione del sistema di istruzione agisce nel “rispetto
delle competenze degli organi collegiali”.
L’unico
riferimento esplicito alla concertazione è dato nel comma 29 della legge 107:
“il dirigente scolastico, di concerto con gli organi collegiali, può
individuare percorsi formativi e iniziative diretti all'orientamento e a
garantire un maggiore coinvolgimento degli studenti nonché la valorizzazione
del merito scolastico e dei talenti. A tale fine, nel rispetto dell'autonomia
delle scuole e di quanto previsto dal regolamento di cui al decreto del
Ministro della pubblica istruzione 1° febbraio 2001, n. 44, possono essere utilizzati anche finanziamenti esterni”.
Perché
in questo caso il legislatore esprime chiaramente che sia necessaria una
concertazione con gli organi collegiali proprio in questi ambiti? Forse perché
c’è di mezzo l’utilizzo di finanziamenti esterni e le scelte operate in
sinergia con gli organi collegiali si tradurrebbero in un atto di trasparenza
dell’azione della Pubblica Amministrazione ? O semplicemente perché trattatasi
di una défaillance terminologica?
Nuovo ruolo assegnato agli organi collegiali nella definizione del PTOF
Punto
cruciale della mutata funzione degli organi collegiali si coglie precisamente
nell’elaborazione del Piano triennale dell’offerta formativa (PTOF). La legge
107 introduce che :“ogni istituzione scolastica predispone, con la
partecipazione di tutte le sue componenti, il piano triennale dell'offerta
formativa”(comma 1, art.3).
A
rimodulare la costituzione del vecchio piano dell’offerta formativa è il comma
14 che novella l’articolo 3 dell’antesignano D.P.R. 275 del 1999;
il comma 14 regola chi sono gli attori che concorrono alla determinazione
del Piano: “il piano è elaborato dal collegio dei docenti sulla base
degli indirizzi per le attività della scuola e delle scelte di gestione e di
amministrazione definiti dal dirigente scolastico. Il piano è approvato dal
consiglio d'istituto”. Precedentemente era il consiglio di istituto a definire
gli indirizzi generali per le attività della scuola e delle scelte generali di
gestione e di amministrazione.
Secondo
questa nuova prospettiva avanzata nella legge 107, prima che il collegio
docenti elabori il Piano è necessario che il dirigente
scolastico espliciti gli indirizzi per le attività della scuola e le scelte di
gestione e di amministrazione, che non sono più generali come nel
precedente articolo. Non si può dunque omettere che la definizione degli
indirizzi e delle scelte di gestione del dirigente scolastico siano un punto
cruciale da cui partire per l’elaborazione del Piano e che tale disposizione,
imponga solo successivamente il passaggio deliberante nei due organi
collegiali: collegio dei docenti e consiglio di istituto. A quest’ultimo organo è stata ridotta la funzione di organo di indirizzo
anche se rimane vigente quanto indicato nel comma 6 del D.Lgs. n.165 del 2001:
“il dirigente presenta periodicamente al consiglio di circolo o al consiglio di
istituto motivata relazione sulla direzione e il coordinamento dell'attività
formativa, organizzativa e amministrativa al fine di garantire la più ampia
informazione e un efficace raccordo per l'esercizio delle competenze degli
organi della istituzione scolastica”.
Non si
passi dunque all’elaborazione del Piano senza le determinazioni dirigenziali
che costituiscono il punto di partenza e i confini entro cui l’organo deputato
alla redazione potrà operare. Il dirigente non è il solo a
scegliere e a determinare l’offerta formativa, ma più in generale sono “le
istituzioni scolastiche” ad effettuare “le proprie scelte in merito agli
insegnamenti e alle attività curricolari, extracurricolari, educative e
organizzative” (comma 6) e ad individuare “il fabbisogno di posti dell’organico
dell’autonomia, in relazione all’offerta formativa che intendono realizzare”
(comma 7).
Le
istituzioni scolastiche decidono sull’offerta formativa, sulle iniziative di
potenziamento e sulle attività progettuali che si propongono di attuare, ma
individuano altresì le risorse umane e strumentali necessarie alla
realizzazione del piano, espresse nell’organico dell’autonomia. Si intende che
queste scelte siano il frutto di una concorrenza collegiale, benché al
dirigente scolastico spetti definire gli indirizzi. Così, d’impatto, si ha come l’impressione che nella
sostanza i poteri dirigenziali siano contemperati da quella che si potrebbe
definire potestà delle istituzioni scolastiche. In sintesi, in certi ambiti
della legge nessuna diminutio dei poteri della collegialità.
Nuovo assetto del Comitato per la
valutazione dei docenti, comma 129 della legge 107
Rispetto
al collegio dei docenti e al consiglio di istituto, nel comitato per la
valutazione si assiste invece ad un nuovo assetto nella costituzione formale
dell’organo che si vede anche attribuito un ruolo nella definizione dei
criteri, ai fini della valorizzazione del merito; il comitato li individua
esaurendo lì la sua funzione di garante.
L’art.11
del D.Lgs. 297 del 1994, novellato dal comma 129 della legge 107, vede
l’entrata nel comitato di nuove figure provenienti non esclusivamente dal collegio
dei docenti ma da altre componenti della comunità
scolastica. L’organo, oltre ai due membri individuati nel collegio dei docenti,
si arricchisce di un membro del consiglio di istituto, di due rappresentanti
dei genitori, per la scuola dell’infanzia e per il primo ciclo di istruzione,
un rappresentante degli studenti e un rappresentante dei genitori, per il
secondo ciclo di istruzione, scelti dal consiglio di istituto; infine da un
componente esterno individuato dall'ufficio scolastico regionale tra docenti,
dirigenti scolastici e dirigenti tecnici.
Come
già anticipato, ai membri del comitato spetta adesso l’onere di individuare i
criteri per la valorizzazione dei docenti sulla base di determinate indicazioni
fornite nello stesso art.11. Si tratta però di un ambito d’azione ridotto
poiché l’organo è coinvolto solo nella fase decisoria della definizione dei
criteri, attribuendo il legislatore al solo dirigente scolastico, la primazia di
assegnare annualmente al personale docente un bonus per la valorizzazione del
merito (comma 127).
Nella
nuova regia del comitato, ai fini del superamento del periodo di formazione e di prova, per il personale docente ed educativo, l’organo
collegiale è chiamato ad esprimere il proprio parere con una componente ridotta
ossia senza genitori e studenti, ma con la presenza del dirigente scolastico,
che lo presiede e con la rappresentanza dei
docenti e l’integrazione del docente cui sono affidate le funzioni di tutor; la
valutazione è di competenza del dirigente scolastico, ma lo stesso è tenuto a
sentire il comitato.
Al contrario il comitato opera con la presenza di tutte le componenti per
la valutazione del servizio di cui all’art.448 del D.Lgs. 297 del 1994,
previa relazione del dirigente scolastico; nel caso di valutazione del servizio
di un docente componente del comitato, ai lavori non partecipa l'interessato e
il consiglio di istituto provvede all'individuazione di un sostituto. Il
comitato esercita altresì le competenze per la riabilitazione del personale
docente, di cui all'articolo 501 del decreto di cui sopra.
venerdì 1 maggio 2015
PENSIONI, CHIARIAMO LE IDEE A TUTTI, GIOVANI E ANZIANI !
PENSIONI, CHIARIAMO LE IDEE A TUTTI,
GIOVANI E ANZIANI !
La “stretta” su requisiti di accesso e assegno di
quiescenza produrrà effetti devastanti: anche chi lascerà con 40 anni di
lavoro, nella maggioranza dei casi andrà in pensione con la metà e anche meno
dell’ultimo stipendio. La beffa è dovuta al fatto che il sistema contributivo
attuale prevede un’incidenza sull’accontamento previdenziale decisamente più
sfavorevole al lavoratore rispetto ai modelli pensionistici precedenti. Negli
altri Paesi, però, si continuano a percepire pensioni dignitose! Come mai?
Pensioni,
arriva il simulatore Inps: tanti lavoratori scopriranno che lasceranno
dopo i 70 anni e con l’assegno sociale. Il sistema di calcolo, atteso da
20 anni e che nel 2016 sarà accessibile a 23 milioni e mezzo di dipendenti,
permetterà al lavoratore di individuare il proprio conto contributivo.
Il
problema è che la “stretta” su requisiti di accesso e assegno di quiescenza
produrrà effetti devastanti: anche chi lascerà con 40 anni di lavoro, nella
maggioranza dei casi andrà in pensione con la metà e anche meno dell’ultimo
stipendio. La beffa è dovuta al fatto che il sistema contributivo attuale
prevede un’incidenza sull’accontamento previdenziale decisamente più
sfavorevole al lavoratore rispetto ai modelli pensionistici precedenti. Negli
altri Paesi, però, si continuano a percepire pensioni dignitose.
Marcello
Pacifico (Anief-Confedir): non dimentichiamo che circa quasi tre milioni di
dipendenti statali si ritrovano con gli stipendi bloccati da sei anni e così
sarà fino al 2019. E che quelli della scuola, dopo un fermo di stipendio
decennale, riceveranno appena 5 euro come indennità. Intanto, i ‘Quota 96’
rimangono bloccati in servizio: ora serve anche un censimento. Ci rendiamo
conto che il rispetto per il lavoratore e per la sua dignità umana è ormai sceso
sotto il livello di guardia?
Dal
primo maggio, i lavoratori avranno la possibilità di ottenere gratuitamente e
on line il computo del loro futuro assegno pensionistico: potranno conoscere,
in pratica, l‘entità della pensione maturata e gli anni di contributi ancora da
versare per il raggiungimento dei requisiti minimi di accesso. Ad introdurre la
cosiddetta “busta arancione”, attesa da almeno vent’anni, sarà un simulatore
digitale interattivo messo a disposizione dall’Istituto nazionale di previdenza
sociale. In questa prima fase potranno accedere al servizio, connettendosi al
sito www.inps.it(link ‘La mia pensione’), solo i dipendenti con meno di 40 anni, già in possesso del pin Inps (richiesto
sempre al portale dell’ente, che ne rilascia una prima parte subito e la
rimanente via e-mail) e che abbiano versato almeno 5 anni di contributi.
Da
giugno, si darà accesso agli under 50. L’obiettivo
dell’Inps, scrive il Corriere della Sera, è “rendere possibile la
simulazione della pensione a quasi 18 milioni di lavoratori dipendenti,
artigiani, commercianti e parasubordinati. Nel 2016 l’operazione verrà estesa
prima ai lavoratori domestici e a quelli agricoli e infine ai dipendenti pubblici. Al termine del 2016 il simulatore andrà a regime e sarà
accessibile da tutta la platea degli iscritti all’Inps, circa 23 milioni e
mezzo di lavoratori”. Il sistema di calcolo permetterà al lavoratore,
attraverso pochi passaggi, di individuare il proprio conto contributivo e
“verificare se ci siano anomalie ed errori e segnalarli”.
Purtroppo,
per moltissimi dipendenti, in particolare i più giovani e coloro che non
possono vantare un altissimo numero di anni utili, il risultato del simulatore
si rivelerà a dir poco traumatico: anche se le “stime vengono elaborate in
moneta costante ipotizzando lo scenario base, cioè un aumento della
retribuzione dell’1,5% l’anno e così del Pil”, potranno appurare che l’importo
che percepiranno una volta raggiunta la pensione non sarà molto più alto
dell’attuale assegno sociale. E anche per chi lascerà il
servizio con 40 anni di lavoro non andrà molto meglio: nella maggioranza dei
casi, andranno in pensione con la metà e anche meno dell’ultimo stipendio.
Anche
per chi ha svolto 40 anni di lavoro, le prospettive non sono infatti migliori:
il loro assegno di quiescenza non avrà nulla a che vedere con l’ultimo
stipendio, come invece accadeva con il sistema retributivo. Ecco un esempio pratico: chi è nato nel 1990 e inizia
a lavorare ora, potrebbe andare in pensione, dopo i 70 anni, con appena 400-500
euro (33% dell’ultimo stipendio), quindi, percependo meno dell’attuale assegno
sociale. La beffa è dovuta al fatto che il sistema contributivo
attuale prevede un’incidenza sull’accontamento previdenziale decisamente più
sfavorevole al lavoratore rispetto ai modelli pensionistici precedenti.
E i
pochi fortunati che possono lasciare prima, si vedranno quasi sempre decurtare
l’assegno pensionistico di cifre non indifferenti, anche
del 25 per cento. Ma siccome il potere d’acquisto delle pensioni è
in caduta libera: in 15 anni è diminuito del 33%, tanto che già
oggi per più di quattro pensionati su dieci l'assegno non arriva neppure a
mille euro al mese”, oltre la metà (il 52%) delle donne, è evidente che in
questo modo si sta andando sempre più verso un Paese composto da pensionati ex lavoratori
ad alto rischio povertà.
La
‘stretta’ non ha risparmiato i requisiti per l’accesso. Basta dire che
nell’ultimo quinquennio le riforme sulla quiescenza hanno allungato di dieci
anni l'età pensionabile: tra 15 anni, nel 2030, si potrà
accedere alla pensione di vecchiaia solo oltre i 68 anni; dal 2050, i
neo-assunti potranno andare in pensione dopo 70 anni o 46 anni e mezzo di
contributi. Mentre per accedere all’assegno di quiescenza anticipato
bisognerà aver versato attorno ai 44 anni di contributi.
“Parlare
di festa del lavoro con queste prospettive – commenta Marcello Pacifico,
presidente Anief e segretario organizzativo Confedir – lascia davvero tanta
amarezza: deve essere chiaro che l’inasprimento delle norme che regolano i
livelli retributivi pensionistici, sommate a quelle sui requisiti di accesso,
hanno portato le nuove generazioni a dover lavorare una vita per avere, nella
terza età, importi da assegno sociale. In pochi decenni, circa 40 anni, la
pensione media verrà ridotta della metà rispetto ai livelli attuali”.
La
stretta sulle pensioni, tra l’altro, è un’ingiustizia tutta italiana: in Germania, dove la crisi economica è comunque presente, si
continua comunque ad andare in pensione dopo 27 anni di contributi. In Francia, l’età minima di pensionamento pur essendo stata
innalzata è comunque stata fissata a 62 anni. Mentre ci sono altri paesi – come
Polonia
e Cipro – dove l’età minima per lasciare il lavoro in
cambio di una pensione piena al completamento del numero di anni di servizio
svolti, senza decurtazione, è fissata a 55 anni. E
diversi altri, tra cui Belgio, Danimarca, Irlanda, Grecia, Spagna, Lussemburgo (pag. 93 dell’ultimo Rapporto Eurydice della
Commissione europea ‘Cifre chiave sugli insegnanti e i capi di istituto in
Europa’), dove è possibile ottenere “una pensione piena al completamento del
numero di anni di servizio richiesti”.
Nel nostro
Paese, invece, si sta andando verso un sistema che chiede quasi il doppio dei
contributi: di recente l’accesso alle pensioni è stato
ancora più ritardato, con un decreto interministeriale, Mef e Ministero
del Lavoro, che dal primo gennaio 2016 posticiperà di altri quattro mesi l’età
e i requisiti per accedervi per via dell’innalzamento della soglia legato alle aspettative di vita crescenti (in particolare
delle donne, ormai sopra gli 85 anni).
“Se a
questa discrepanza – continua il sindacalista Anief-Confedir – si aggiunge il
fatto che circa quasi tre milioni di dipendenti statali si ritrovano con gli stipendi bloccati da sei anni e così sarà fino al 2019, e
che quelli della scuola, dopo tale fermo, riceveranno appena 5 euro come
indennità, ci rendiamo conto che il rispetto per il lavoratore, per la sua vita
professionale ma anche per la sua dignità umana, è ormai sceso sotto il livello
di guardia”.
Già
oggi la situazione peggiorativa sta coinvolgendo coloro che dovevano lasciare
il lavoro con le vecchie modalità e che invece rimangono “incastrati” per
l’entrata in vigore immediata dalla riforma pensionistica Monti-Fornero. Vale
per tutti il caso dei ‘Quota 96’ della scuola, raggiunta sommando contributi ed
età anagrafica, che a distanza di quasi tre anni rimangono in larga parte
ancora sul posto di lavoro malgrado tutti, anche in ambito politico, gli
avessero dato piena ragione. Per risolvere la questione, nei giorni scorsi è
stato depositato nei giorni scorsi in commissione Lavoro l’ennesimo
disegno di legge “che include anche la nuova salvaguardia per gli esodati”.
Secondo
‘Orizzonte Scuola’, “tra le questioni che fino ad oggi hanno impedito la
risoluzione del problema, c'è quella finanziaria. Il DDL (Buona Scuola)
affronta la questione, mettendo in evidenza come sia difficile ‘prevedere
l’onere rispetto alla quantificazione di 4.000 soggetti interessati rilevata
nel 2012 perché va valutato quanti siano andati in pensione a settembre 2013 o
2014 e sembra che circa 1.000 insegnanti abbiano potuto essere inseriti nella
IV e nella VI salvaguardia per aver assistito familiari disabili nel 2011’.
Insomma, urgerebbe, secondo il testo, un nuovo censimento per determinare il
numero esatto e quantificare la portata economica del provvedimento”.
Tra i
vari ddl allo studio c’è anche quello dell’on Damiano, che prevede
una flessibilità in uscita permettendo il pensionamento già a 62 anni con
35 anni di contributi. Ma con penalizzazioni dell’8% (una
sorta di quota 97) sull’assegno pensionistico: nella stessa proposta
di legge, è inoltre contenuto un sistema di premialità per chi ritarderebbe
l’accesso alla pensione con un 2% in più per ogni anno
successivo al 66esimo anno di età fino ai 70 anni, che permetterebbero di avere
un 8% in più sull’assegno di quiescenza.
In
questi anni, per risolvere la questione di Quota 96, Anief-Confedir ha
presentato diversi ricorsi: già nel 2011, appena approvata la Legge
Monti-Fornero, il sindacato chiesto diverse modifiche in Parlamento. Le ultime,
con emendamenti alla Legge di Stabilità approvata a fine dicembre. E anche
con uno dei 91 emendamenti al disegno di legge 2994 sulla Buona
Scuola, presentati alcune settimane fa in occasione dell’audizione tenuta dal
giovane sindacato davanti alle commissioni Cultura e Istruzione di Camera e
Senato. A quello stesso Parlamento, i cui componenti si sono detti d’accordo
nello sbrogliare la situazione. Salvo poi soccombere, come accaduto nella
scorsa estate, quando, trovato l’accordo delle Camere, ci ha pensato il
Governo – con quattro emendamenti approvati dalla commissione Affari
costituzionali del Senato al decreto di riforma - a bloccare il
pensionamento ormai imminente dei ‘Quota 96’. Intanto, le
conseguenze della ‘stretta’ si fanno già sentire: nella scuola l’anno scorso
abbiamo assistito al dimezzamento dei pensionamenti, dovuto proprio agli
effetti della riforma Fornero. Eppure, l'Italia ha già superato
il record mondiale di età dei docenti: più della metà ha più di 50 anni,
solo lo 0,5% ne ha meno di 30.
“Ora,
dopo un tira e molla di due anni e mezzo, ci ritroviamo daccapo. Siamo arrivati
al punto – dice sempre Pacifico - che per mandare in pensione dei dipendenti
dello Stato che avevano iniziato l’anno scolastico 2011/12 sapendo di andare in
pensione, tocca ora realizzare un censimento. Intanto il tempo passa e alla
fine andranno in pensione perché è arrivata quella di vecchiaia. Intanto, i
requisiti minimi per lasciare il lavoro stanno andando verso quota 120 e forse
oltre. Che primo maggio può essere questo per i lavoratori italiani?”.
“Cosa
hanno da festeggiare dei lavoratori costretti a lasciare il lavoro sfiniti, a
cui viene negato il diritto della parità retributiva essendo la pensione una
retribuzione differita? Il tutto, mentre lo Stato paga soltanto contributi
figurativi, al posto del gettito corrente nelle casse dell’Inps, che ne ha
generato il buco di bilancio e che potrebbe mettere a rischio la stessa
erogazione di pensioni e liquidazioni? Noi, però, non ci stiamo: contro questa
ingiustizia, che si ripercuote negativamente sull’assegno di pensione, Anief è
pronta a ricorrere in tribunale”.
Fonte ANIEF
lunedì 20 ottobre 2014
Gli esami di Stato e la valutazione del lavoro degli insegnanti
Gli esami di Stato e
la valutazione del lavoro degli insegnanti
Il ritorno alle
commissioni tutte interne per gli esami di maturità sta suscitando molte
polemiche: che senso ha, infatti, un esame in cui gli insegnanti finiscono per giudicare loro stessi e
il loro operato, senza un confronto con valutatori esterni? Tanto
varrebbe eliminare l’esame e affidare il voto di maturità allo scrutinio
finale.
Ma bisogna non solo
valutare le conseguenze immediate, bensì anche quelle di lunga scadenza, che,
come fa notare Mariangela Bastico, ex viceministro dell’Istruzione, potrebbero
essere devastanti: “In verità, la scelta di commissioni tutte interne (ad
eccezione del Presidente) determina di fatto l’assoluta irrilevanza dell’esame di Stato,
preparandone la sua abolizione e la conseguente eliminazione
del valore legale del titolo di studio.
Questa scelta è stata
più volte tentata dai
governi di centro destra, ma mai portata a compimento, in quanto
modificherebbe strutturalmente il sistema nazionale di istruzione, affidandolo
ad una logica di mercato, in cui scuole pubbliche e private gareggerebbero per
conquistare studenti, la cui selezione verrebbe fortemente condizionata dalla
situazione economica e sociale della famiglia di origine"
Invece però di pensare
a tali drammatiche conseguenze, che lederebbero il sacrosanto diritto allo studio sancito dalla nostra
Costituzione, il problema diventa
il risparmio sulla pelle dei commissari interni: “Di questo si deve ragionare
quando si annunciano scelte sugli esami di maturità, e non tanto del possibile
risparmio di 180 milioni (così sono stati quantificati) per il pagamento dei
commissari e del presidente di commissione".
L’ottica del
risparmio, dunque, indiscriminatamente applicato, non paga. Eppure proprio la
Giannini a Palermo ha utilizzato nei giorni scorsi una inquietante metafora:
“Con quello che risparmieremo si potranno mettere in pratica investimenti
necessari che finora non sono stati fatti. Bisogna uscire dai clichè, tagliando
i rami secchi si sceglie dove risparmiare e il risparmio è produttivo".
Tagliare i rami secchi? Nella scuola,
dove gli investimenti sono stati sempre minimi, se non inesistenti e da anni si
nutre un proletariato intellettuale tenuto a bella posta nella miseria?
Insiste la Bastico: “ La spending review
ha come obiettivo di ridurre le spese inutili ed improprie, gli sprechi dei
vari settori della pubblica amministrazione, non di stravolgere in modo subdolo
i caratteri strutturali e
costituzionali dei sistemi pubblici, in particolare dell’istruzione.”
Con i commissari tutti interni siamo a
un provvedimento incostituzionale, mettiamocelo bene in testa. Forse converrebbe stare
un po’ più attenti alla Costituzione
più bella del mondo …
La tecnica della scuola.
martedì 7 ottobre 2014
Education & Technology Days – 3 giorni per la scuola
Education & Technology Days – 3 giorni
per la scuola 9,10 e 11 ottobre 2014 a Città della Scienza di Napoli.
Intrecciare le eccellenze della scuola
italiana che funziona -con uno sguardo particolare ai legami con l’innovazione
e la tecnologia- e moltiplicarle in territori nuovi e diversi, in tutto il
Paese, da Nord a Sud.
Questa la formula di “Smart Education
& Technology Days – 3 giorni per la scuola”,
l’evento, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, Università e
Ricerca, interamente dedicato alla scuola, ai suoi saperi ed alle sue
sfide, che si terrà nei giorni 9,10 e 11 ottobre 2014 a Città della Scienza di
Napoli.
Città della Scienza di Napoli, il primo museo
interattivo italiano, realizza “Smart Education” per dare la parola alla
scuola: in un articolato programma che affianca sessioni plenarie di
discussione a workshop tematici e seminari, 8000 docenti da tutt’Italia si
raccontano e raccontano al Paese in che direzione e su quali gambe si muove
l’istruzione pubblica. Per tre giorni fittissimi saranno gli insegnanti a dare
voce alla scuola “che va”, a quella parte, tutt’altro che residuale,
dell’educazione pubblica in grado di elaborare modelli efficaci e tradurli in
buone pratiche da condividere, ma anche di produrre una cultura della pedagogia
innovativa, che utilizza in modo intelligente le nuove tecnologie.
Al centro della riflessione dell’edizione
2014 della “Smart Education & Technology Days” c’è infatti l’indagine sul
rapporto tra educazione ed innovazione, tra apprendimento e tecnologia. Tutti i
materiali e le best practices presentate dalla scuole in tema di didattica
scientifica saranno pubblicate sul portale dedicato “Zona Scienze”, nato dalla
collaborazione tra DeAgostini e Città della Scienza con l’obiettivo di
diffondere le ricerche e le migliori esperienze didattiche in tema scientifico
favorendo la discussione, le sinergie e l’arricchimento della didattica
scientifica nelle scuole.
Accanto ai workshop e ai seminari, la “Smart
Education & Technology Days” presenta una vasta area espositiva dedicata ad
Istituzioni, Enti di ricerca, Università, aziende ed editori, qui i docenti
possono incontrare direttamente il mondo dell’impresa, della produzione di beni
e servizi rivolti alla didattica e coniugare le più avanzate proposte del
settore alle proprie specifiche esigenze formative.
Novità di quest’anno sarà il “Picnic della
Scienza e della Tecnologia”, uno spazio esclusivamente dedicato agli studenti
che, selezionati tramite bando, potranno esporre proprie realizzazioni di
esperimenti ed installazioni scientifiche e tecnologiche. “Smart
Education” vuole essere, da quest’anno, anche un’occasione recuperare spazi per
il protagonismo dei giovani e perché esso sia anche condiviso ed intrecciato
con quello degli adulti.
L’ANIAT e la Tecnologia
allo Smart Education & Technology Days
– 3 giorni per la scuola”
L'ANIAT è l'Associazione nazionale degli insegnanti
dell'Area Tecnologica.Nata a Torino nel 1965 per aggregazione spontanea degli
insegnanti di Applicazioni Tecniche e costituita ufficialmente nel 1967, è
organizzata democraticamente con organi direttivi a livello nazionale,
regionale e provinciale. La Presidenza Nazionale e la direzione operativa hanno
sede in Torino. Gli organi ufficiali dell'Aniat:Consiglio Direttivo Nazionale, Collegio Sindacale Nazionale, Consiglio di Presidenza Nazionale ed il Collegio Nazionale dei Probiviri.
L'ANIAT, che non ha scopi di lucro, si propone di valorizzare la Cultura Tecnologica e gli insegnamenti scolastici di tutti gli ordini di scuola che ad essa fanno riferimento. Persegue, pertanto, obiettivi di carattere culturale, con iniziative tese a consolidare e a migliorare la professionalità docente, curando sia la formazione iniziale che quella in servizio. Tutela altresì gli interessi occupazionali, professionali ed economici degli insegnanti promuovendo all'occorrenza, nella salvaguardia della qualità del servizio scolastico prestato, adeguate e democratiche azioni rivendicative.
L'ANIAT, che non ha scopi di lucro, si propone di valorizzare la Cultura Tecnologica e gli insegnamenti scolastici di tutti gli ordini di scuola che ad essa fanno riferimento. Persegue, pertanto, obiettivi di carattere culturale, con iniziative tese a consolidare e a migliorare la professionalità docente, curando sia la formazione iniziale che quella in servizio. Tutela altresì gli interessi occupazionali, professionali ed economici degli insegnanti promuovendo all'occorrenza, nella salvaguardia della qualità del servizio scolastico prestato, adeguate e democratiche azioni rivendicative.
All'ANIAT è riconosciuta da sempre il ruolo di legittima
rappresentante della categoria degli insegnanti dell'Area Tecnologica. In tale
ruolo è stata presente al C.N.P.I. ed in vari Consigli Scolastici Provinciali e
invitata a far parte delle varie commissioni che nel corso degli anni hanno
provveduto alla formazione dei programmi di studi e di concorso e orari di
insegnamento. Nel 2002 è stata riconosciuta soggetto qualificato alla
formazione del personale della scuola dal Comitato Tecnico Nazionale del
Ministero Istruzione Università e Ricerca e collabora dunque alle iniziative di
formazione gestite direttamente dal MIUR e dall'Indire (per il triennio
2005-2008 vedi decreto ministerialedel 5 luglio 2005). Le iniziative formative promosse
dall'ANIAT pertanto sono riconosciute dal MIUR e danno diritto all'esonero dal
servizio del personale della scuola che vi partecipi, nei limiti previsti dalla
normativa vigente.
L'ANIAT organizza a livello nazionale e internazionale,
regionale e provinciale: convegni (25 anni di CONV.E.T. e poi ANIATISSIMA
Incontri) manifestazioni, seminari, corsi di formazione e di aggiornamento,
sperimentazioni, ricerche e dibattiti nonché visite didattiche e viaggi
culturali. Dal 2002 ha attivato un corso universitario di Scienze della
Formazione per insegnanti diplomati in servizio in collaborazione con
l'Università Cattolica di Milano, sezione di Piacenza.
ORGANI DI
DIVULGAZIONE
AT Inform@scuola: quindicinale a carattere
professionale informativo, normativo, legislativo, nato nel 1967; rappresenta
la voce ufficiale dell'Associazione e costituisce la principale via di
comunicazione con i propri soci, uscendo anche con numeri suppletivi per
comunicazioni urgenti su: ordinanze, circolari, iniziative manifestazioni.
Cultura Tecnologica: mensile di didattica della
tecnologia, informatica e nuove tecnologie didattiche, scienze dell'educazione,
informazione tecnico-scientifica e cultura professionale in genere. Nata nel
1973, è pubblicata da settembre a giugno.
www.aniat.org: sito web aggiornato
quotidianamente su notizie scolastiche, attività dell'Associazione ed eventi.
www.aniat.eu: una presenza in europa della
nostra associazione volta a trovare e consolidare scambi con analoghe realtà
presenti nei paesi a noi vicini.
Chi vuole usufruire del l’esonero scolastico può
scaricare la Nota del MIUR che si allega.
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