venerdì 9 settembre 2016

L'ORIGINE DELL'AGRICOLTURA

Denti di 8.600 anni fa spostano indietro l'origine dell'agricoltura
Nel tartaro i microfossili di grano e orzo coltivati        08 settembre, 2016


L'origine dell'agricoltura fa improvvisamente un balzo all'indietro di quasi mezzo millennio, da 8.200 a 8.600 anni fa, quando le ultime comunità di cacciatori-raccoglitori convivevano con i primi gruppi di agricoltori, al punto di mangiare anche i loro cibi a base di grano e orzo. Lo dimostrano i microfossili incastonati nel tartaro dei denti di un gruppo di cacciatori-raccoglitori vissuti 8.600 anni fa. Li ha descritti, sulla rivista dell'Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, Pnas, il gruppo dell'università di Cambridge diretto dall'italiana Emanuela Cristiani.

"E' una scoperta unica, che fa slittare all'indietro l'epoca dei primi cibi domestici", ha detto Cristiani. Arrivata a Cambridge grazie al finanziamento di 1,5 milioni di euro assegnato ai giovani ricercatori nell'ambito del programma europeo Horizon 2020. In novembre tornerà in Italia per insegnare nell'università Sapienza di Roma come professore associato. L'obiettivo del suo progetto è ricostruire la dieta vegetariana dei cacciatori-raccoglitori che popolavano l'Europa 10.000 anni fa, nel Paleolitico e nel Mesolitico, e la sua speranza era di raccogliere dati che avrebbero potuto mettere in crisi vecchie idee.

I denti analizzati provengono da una sepoltura nei Balcani centrali, nella zona delle Gole del Danubio, a Vlasac. "Abbiamo analizzato il tartaro a caccia di microfossili, capaci di fornire una vera e proprio biografia di quello che gli uomini mangiavano", ha spiegato Cristiani. Si è visto così che accanto alle tracce, prevedibili, di avena e piselli selvatici, c'erano quelle di grano e orzo chiaramente riconoscibili come coltivati. C'erano anche particelle di piume, forse respirate mentre si spennavano gli uccelli. Il quadro che emerge è che, circa un millennio prima di quanto si pensasse, i cacciatori-raccoglitori convivevano con i primi agricoltori e, insieme ad essi, mangiavano i cibi coltivati. Credit ANSA

L'ALGORITMO DEL MINISTERO È POCO CHIARO

Mobilità, giudice di Salerno blocca il trasferimento di una docente Campana in Emilia Romagna! Le motivazioni!


Succede al Tribunale di Salerno. L’algoritmo che ha deciso la mobilità al Nord di una docente viene accusato di commettere errori.

Se non li ammette il Ministero che la mobilità straordinaria gestita dagli algoritmi ha creato solo ingiustizie, ci pensa il tribunale.

In questo caso, è stato il giudice Ippolita Laudi, come riporta Il Mattino, a sostenere ingiusto il meccanismo che ha portato una docente salernitana nella lontana Emilia Romagna dopo il piano straordinario di mobilità.

Il giudice ha accolto la domanda cautelare, dato che “la ricorrente, nelle medesime condizioni di altre insegnanti individuate come controinteressate, pur avendo conseguito un punteggio superiore, in assenza di altre condizioni, si è vista scavalcare e non ha ottenuto l’insegnamento della lingua inglese in Campania, in uno degli ambiti territoriali nei quali sono stati coperti nella scuola primaria i posti di lingua inglese assegnati alle controinteressate, con punteggio inferiore”.

Insomma, l’algoritmo ha fatto ingiustizie, secondo la Laudi, aprendo uno spiraglio per migliaia di docenti. Credit Orizzonte scuola

martedì 6 settembre 2016

SCUOLA, SALDO NEGATIVO A TINTE FOSCHE

SCUOLA, SALDO NEGATIVO A TINTE FOSCHE
Ecco come Repubblica, un giornale non certo contrario al governo, dipinge il prossimo anno scolastico!

Promessa tradita o solo rinviata? Con la riforma, enfaticamente battezzata Buona Scuola, Matteo Renzi era convinto di poter finalmente guarire medie e licei, elementari e istituti professionali dai loro mali cronici. E in tempo brevi. Basta masse di docenti precari, demotivati e indietro con i tempi digitali, basta girandole di supplenti, basta incomunicabilità tra il mondo dell'insegnamento e quello del lavoro. Basta docenti costretti ad aggiornarsi a proprie spese. E basta soffitti che crollano in testa ad alunni e insegnanti. Buoni propositi che il bilancio del primo anno di applicazione della legge, come vedremo nel dettaglio, ha disatteso ampiamente.

Vista la gravità di una malattia che affligge la nostra scuola da decenni, forse pensare che pochi mesi potessero essere sufficienti per proiettarla nel terzo millennio era illusorio. Quel che preoccupa maggiormente è semmai la distanza del primo bilancio dagli obiettivi fissati e soprattutto le premesse con cui si appresta a partire il secondo anno di Buona Scuola, con all'orizzonte tante incognite e poche certezze, un avvio tutto in salita e nel caos per via degli insegnanti che non saranno nominati in tempo.

Le notizie che arrivano da ministero, provveditorati e fonti sindacali, parlano per il 2016/17 di un avvio di anno in salita e di un concorso per 64mila cattedre che, a causa di commissioni sorprendentemente troppo severe, non riuscirà a coprire tutti i posti messi in palio e che non si potrà neppure concludere entro i tempi necessari a spedire tutti i docenti in cattedra già a settembre, come invece annunciato. La previsione è che la metà dei posti rimarrà vacante per le troppe bocciature. Più realistica semmai l'ipotesi che per assumere la totalità dei vincitori occorrerà attendere il 2017. Così come le previsioni annunciano 60/80mila docenti inseriti nei nuovi ambiti territoriali chiamati direttamente dai presidi, in alcuni casi con colloqui con domande troppo "sul personale" (ma che potranno cambiare sede dopo la nomina) e di migliaia di posti destinati a restere vacanti ancora per un altro anno. Cattedre da assegnare agli immancabili supplenti di cui la riforma si sarebbe voluta sbarazzare, tagliando così finalmente i costi di gestione dell'istruzione.

Pronostici foschi per l'anno che si avvia ad apertura anche al capitolo bonus sul merito degli insegnanti, che nella passata stagione scolastica ha creato mille divisioni all'interno delle scuole, e sulla eccezionale mole di lavoro che ancora una volta toccherà ai "super presidi" per mettere in pratica i diversi aspetti della riforma. O, ancora, di un'alternanza scuola-lavoro che necessità sicuramente di una messa a punto anche se non sembra essere andata poi così male come si temeva.
Tra le poche certezze nel primo bilancio di Buona Scuola c'è stato il gruzzolo per l'aggiornamento distribuito ad ottobre: 500 euro a docente per l'acquisto di libri, spettacoli cinematografici e teatrali, corsi di aggiornamento ed altro. E il Piano nazionale Scuola digitale che sta cercando di modernizzare attrezzature, strutture e metodi di insegnamento. Per Pino Turi, della Uil  "lo scorso anno, i problemi sono stati messi sotto il tappeto o rinviati: i veri effetti della legge 107 si vedranno il prossimo anno". “Governare un settore delle dimensioni della scuola senza la collaborazione del personale e il coinvolgimento dei sindacati  è illusorio ed avventuroso per l'esecutivo".

E, aggiunge Lena Gissi, a capo della Cisl scuola, "non è neppure detto che gli alunni troveranno tutti i docenti in classe per l'avvio delle lezioni" perché “contrariamente agli anni passati, tutte le operazioni sul personale (immissioni in ruolo, assegnazioni provvisorie e utilizzazioni per un anno) dovranno concludersi entro il 15 e non entro il primo settembre, come stabilì la Gelmini nel 2008. Così, la nomina dei supplenti arriverà soltanto dopo". In parecchie regioni – Lombardia, Piemonte, Veneto, Umbria, Sicilia solo per citarne alcune – la prima campanella suonerà però prima di questa data. E quello di ritrovarsi la squadra dei docenti completa a novembre è più una certezza che un rischio. Domenico Pantaleo, alla guida della Flc Cgil, è decisamente pessimista. Parla di “contraddizioni, disfunzioni e incertezze che minacciano di scaricarsi sul prossimo anno scolastico, facendo ripiombare gli istituti nelle innumerevoli emergenze quotidiane".

Anche i presidi, solitamente meno pregiudizialmente ostili alle novità, non sembrano ottimisti. “Sarà un altro anno di fuoco per le tante incombenze cui dovremo far fronte per la piena attuazione della legge 107", sottolinea Paolino Marotta, dell'Andis. “Nei prossimi mesi – prevede – i nodi verranno al pettine". E snocciola una serie di questioni su cui dovrà concentrarsi da subito: dai criteri per attribuire il bonus premiale ai docenti, all'esonero dei vicari, passando proprio per la valutazione dei dirigenti scolastici, che parte a settembre. “Si può ben immaginare quale autunno caldo si preannuncia", conclude Marotta.

Francesca Puglisi, Responsabile nazionale Scuola del Pd che la Buona Scuola l'ha tenuta a battesimo al Senato, difende le scelte del governo Renzi. “Dopo anni di tagli, ha aumentato di 3 miliardi all'anno l'investimento nella scuola". La parlamentare democratica ricorda quindi tutti gli obiettivi centrati: dalle assunzioni al bonus da 500 euro a favore degli insegnanti, dalla maggiore attenzione verso i problemi dell'edilizia scolastica al Nuovo piano nazionale per la scuola digitale.

Dove il primo anno di riforma ha evidenziato limiti e velleità è soprattutto in quello che avrebbe dovuto essere il cuore del provvedimento: lotta al precariato e fine della supplentite, l'enorme numero di sostituti che le scuole e i provveditorati sono costretti a nominare ogni anno per far partire la macchina. Le statistiche parlano chiaro. Le supplenze sono calate appena di 13mila unità su 118mila, mentre le graduatorie provinciali dei precari – che servono a reclutare metà degli immessi in ruolo ogni anno – contano ancora 45mila iscritti. Va detto però che si partiva da quota 122mila e che a partire da settembre il numero dei supplenti reduci dal Piano da 103mila assunzioni previsto dalla riforma dovrebbe assottigliarsi ancora. Fino al completo svuotamento delle liste.

Passi falsi l'avvio della Buona Scuola sembra averli compiuti anche nella gestione dell'organico di potenziamento e perfino sull'assegnazione del tanto reclamizzato bonus, che in linea teorica avrebbe dovuto premiare i professori migliori. I docenti dell'organico di potenziamento – 48mila unità inviate nelle scuole a novembre del 2015 con l'intento di potenziare Musica e Educazione motoria alle elementari, le lingue straniere alla medie, Diritto ed Economia alle superiori – sono stati invece utilizzati spesso come tappabuchi. Quando non sono rimasti ad annoiarsi in biblioteca aspettando che qualcuno li chiamasse per una supplenza o per un altro incarico. E il prossimo anno non sembra possa andare meglio con i “potenziatori", perché tra "assegnazioni provvisorie" e "utilizzazioni" i presidi potrebbero ritrovarsi ancora con docenti non scelti da loro. Così bisogna sperare che i miliardi già spesi per rimettere in sicurezza e abbellire le tante scuole sgarrupate disseminate in ogni angolo del Paese evitino almeno che i soffitti continuino a crollare sulla testa di scolari e maestri, studenti e professori. Ma basta una violenta scossa di terremoto per portare, al di là delle buone intenzioni, tutti con i piedi per terra. Credit Repubblica


domenica 4 settembre 2016

Nella Via Lattea una stella non ancora nata

Per 16 anni è stata un rompicapo cosmico, sembrava anziana


La sua eta' e' stata un rompicapo cosmico per ben 16 anni e alla fine si e' scoperto che non e' ancora nata: e' una stella distante oltre 12.000 anni luce dalla Terra, ha una massa di circa 10 volte quella del sole ed emette un'energia circa 20.000 volte superiore a quella della nostra stella. E' anche ricca di ossigeno ed emette una grande quantita' di onde radio, proprio come fanno le stelle anziane. Questa sua caratteristica ha tratto in inganno per anni, ma adesso il gruppo del Goddard Space Flight Center della Nasa ha risolto il mistero e ha descritto la stella in formazione sull'Astrophysical Journal.

''E' dal 2000 che gli astronomi stanno studiando questa stella per cercare di capire a che punto dello sviluppo sia'', ha osservato il coordinatore della ricerca, Martin Cordiner. Chiamata IRAS 19312+1950, la stella aveva piu' volte tratto in inganno i ricercatori. Per certi versi sembrava anziana, ma i gas presenti nella nube che la circondava erano caratteristici delle regioni in cui nascono nuove stelle. Inizialmente gli astronomi avevano pensato anche a una sorta di 'illusione ottica', prodotta dall'embrione di una stella apparentemente sovrapposto a una stella anziana.

Tuttavia nessuno dei due scenari convinceva molto gli astronomi, che per risolvere il giallo cosmico hanno deciso di osservare la stella agli infrarossi utilizzando i telescopi spaziali Spitzer della Nasa e Herschel dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa). Cosi' sono riusciti ad analizzare i gas e le polveri della nube, scoprendo che i granelli delle polveri presenti nella nube erano 'incastonati' nel ghiaccio. Questo fenomeno, come un vetro opaco, indeboliva la luce della stella, che per questo sembrava anziana. Credit ANSA


Al centro dell'immagine, in arancione, la stella della Via Lattea che si sta ancora formando (fonte: NASA/JPL-Caltech)

giovedì 1 settembre 2016

Il primo incontro ravvicinato tra Juno e Giove!

Il primo incontro ravvicinato tra Juno e Giove!

Il primo flyby di Juno è avvenuto con successo. Per ora ci ha restituito questa foto. E presto dfovrebbe regalarci una fenomenale serie di dati raccolti da tutti i suoi strumenti.
giove-juno

La sonda della NASA Juno ha sfiorato per la prima volta il fitto mantello di nubi di Giove. È passata alla quota di 4.200 chilometri e alla folle velocità di 208mila chilometri orari nel primo dei 36 flyby (o passaggi radenti) che caratterizzano la prima parte della sua missione che si dovrebbe completare nel febbraio 2018.

Mai la sonda si era avvicinata così tanto al pianeta — la manovra di inserimento orbitale, infatti, era stata eseguita 460 chilometri più in alto — e mai si riporterà a distanze così ravvicinate. Ma soprattutto era la prima volta che tutti gli strumenti della sonda erano accesi, funzionanti e puntati sul pianeta. «I primi dati di telemetria indicano che tutto ha funzionato come previsto», ha spiegato Rick Nybakken della NASA.

«Stiamo ottenendo dei primi dati molto interessanti», ha aggiunto Scott Bolton, a capo della missione. «Ci vorranno però un po’ di giorni per scaricare tutti i dati raccolti durante il sorvolo e molti altri per comprendere ciò che Juno sta tentando di dirci».

Particolarmente attese sono le immagini ad alta risoluzione dell'atmosfera giovia scattate dalla fotocamera JunoCam.

Nel frattempo, JUNO ha inviato un primo "assaggio": una veduta del polo nord di Giove, scattata durante la manovra di avvicinamento a una distanza di circa 703mila chilometri.

Juno sonderà la struttura profonda di Giove, la circolazione atmosferica e la fisica delle alte energie del suo ambiente magnetico e potrà così rivelare importanti indizi sulla formazione e l’evoluzione del gigante del Sistema solare, che potranno aiutarci ad avere una maggiore comprensione della nascita del nostro sistema planetario.


Un particolare della prima foto ravvicinata di Giove scattata da Juno durante il primo flyby. L'immagine totale si si trova qui.

giovedì 18 agosto 2016

TROVATA UNA QUINTA FORZA DELLA NATURA?

Trovata una quinta forza della natura?

Un’anomalia nel decadimento radioattivo di un isotopo del berillio potrebbe implicare l’esistenza di una quinta forza fondamentale. Ma è ancora presto per dirlo con certezza


Elettromagnetica, gravitazionale, nucleare forte e nucleare debole. Sono le quattro forze fondamentali della natura di cui si legge in tutti i testi di fisica. Forse, però, è arrivato il momento di un addendum. Gli scienziati dello Institute for Nuclear Research alla Hungarian Academy of Sciences, coordinati da Attila Krasznahorkay, hanno infatti rilevato, nel corso di un esperimento condotto lo scorso anno in Ungheria, un’anomalia nel decadimento radioattivo di un isotopo del berillio (il berillio 8, per la precisione, altamente instabile) che potrebbe essere la manifestazione di una quinta forza fondamentale della natura.

I risultati dell’esperimento, come raccontato sul blog di Nature, erano stati originariamente caricati sul server di pre-print ArXiv, e poi, a gennaio 2016, pubblicati su Physical Review Letters: nell’articolo, gli autori della ricerca postulavano, tra le altre cose, l’esistenza di una nuova particella leggera – appena 34 volte più pesante dell’elettrone –, ma il lavoro era rimasto stranamente inosservato.

Almeno fino al 25 aprile scorso, quando un’équipe di fisici teorici statunitensi ha pubblicato, sempre su ArXiv, un’analisi del lavoro ungherese, mostrando che i dati non sono in conflitto con quelli emersi dagli esperimenti precedenti, e concludendo che potrebbero essere, per l’appunto, la manifestazione di una quinta forza fondamentale: “Praticamente”, ha commentato Jonathan Feng, della University of California, Irvine, “abbiamo portato alla luce un lavoro che era rimasto nell’oscurità”.

Già da tempo, in realtà, i fisici si stanno interrogando sulla possibilità che esistano altre forze oltre alle quattro già note. Tali forze potrebbero servire, per esempio, a colmare le lacune del modello standard delle particelle elementari, che descrive efficacemente le interazioni tra le particelle attualmente conosciute ma non dice niente sulla materia oscura, la sostanza invisibile che si ritiene componga l’80% dell’Universo conosciuto. Una possibile spiegazione coinvolge l’esistenza di altre particelle e altri vettori di forze, tra cui i cosiddetti fotoni oscuri, ipotetici controparti dei fotoni tradizionali, mediatori della forza elettromagnetica.

È proprio su queste bizzarre entità che si è concentrata l’équipe di Krasznahorkay. Gli scienziati hanno fatto collidere fasci di protoni su un bersaglio di litio 7, creando nuclei di berillio instabile, che sono decaduti emettendo coppie di elettroni e positroni. “Secondo il modello standard”, spiega ancora Nature, “i fisici avrebbero dovuto osservare che il numero di coppie elettroni-positroni diminuisce all’aumentare dell’angolo che separa le loro traiettorie”. In corrispondenza di un angolo di 140°, invece, gli scienziati hanno osservato un salto nel numero di emissioni di elettroni e positroni, che poi torna a scendere per angoli più alti.

Secondo Krasznahorkay, il salto è la prova del fatto che una piccola frazione dei nuclei di berillio usa la propria energia in eccesso per formare una nuova particella (dal peso di circa 17 MegaelettronVolt), che poi, a sua volta, decade in una coppia elettrone-positrone: “Siamo certi dei nostri dati”, ha detto Krasznahorkay. “Il nostro team ha ripetuto l’esperimento diverse volte negli ultimi tre anni per minimizzare le possibilità di errore. La probabilità di osservare un falso positivo è di una su duecento miliardi”. Sebbene secondo l’équipe ungherese l’anomalia sia dovuta a un protone oscuro, Feng e colleghi la pensano diversamente: la particella potrebbe essere un “bosone X protofobico”. Ovvero, in sostanza, una particella mediatrice di una forza a corto raggio che interagisce con elettroni e neutroni. L’esperimento DarkLight, che sta per partire al Jefferson Laboratory, dovrebbe aiutare a chiarire l’arcano: è stato progettato, infatti, per cercare particelle di energia compresa tra 10 e 100 MegaelettronVolt. Proprio nel range dell’ipotetico protone oscuro o bosone X che dir si voglia. Staremo a vedere.

Nucleo dell'atomo e sue dimensioni

L'evoluzione del cervello? Tutto merito della cottura

L'evoluzione del cervello? Tutto merito della cottura

Homo erectus fu il primo dei nostri antenati a cuocere i cibi: questa pratica consentì di ricavare più calorie dalle sostanze consumate e di diminuire di conseguenza le ore dedicate all'alimentazione. Furono così superate, secondo una tesi avanzata da un nuovo studio, le limitazioni metaboliche che negli altri primati non ha permesso uno sviluppo del numero di neuroni e delle dimensioni del cervello proporzionale alle dimensioni corporee.

Quanto più è elevata la massa corporea, tanto più lo è la massa del cervello. Questa semplice legge evolutiva si ricava scorrendo l'albero filogenetico dei mammiferi. Ma perché l'uomo si distacca da questa legge di proporzionalità, con un cervello che per dimensioni e numero di neuroni non ha paragoni tra le grandi scimmie e tuttavia ha un corpo di dimensioni più limitate?

La risposta viene da un articolo apparso su PNAS: il fattore determinante è di natura metabolica, ed è il risultato di un compromesso tra il tempo disponibile per procurarsi il cibo e il consumo energetico del cervello.

Secondo quanto riportato dagli autori dello studio Karina Fonseca-Azevedo e Suzana Herculano-Houzel dell'Instituto de Ciências Biomédicas dell'Universidade Federal do Rio de Janeiro, in Brasile, l'essere umano detiene il record del numero di neuroni rispetto a tutti i primati, e a maggior ragione anche rispetto agli altri mammiferi; tre volte più di gorilla e urangutan, che a loro volta sono i più dotati tra i primati non umani. Le due specie, tuttavia, ci sovrastano per massa corporea; i gorilla, in particolare, possono arrivare a a pesare il triplo di un uomo.

Questa discrepanza tra corpo e cervello ha portato a teorizzare che il processo di encefalizzazione, cioè di sviluppo del cervello non proporzionale al resto del corpo, sia una caratteristica peculiare dell'essere umano, accompagnata con tutta evidenza da uno sviluppo delle capacità cognitive senza confronto anche tra le grandi scimmie.

Ma bastano le capacità intellettive a giustificare l'encefalizzazione? Gli autori ritengono di no. L'eccezione alla legge di proporzionalità tra cervello e corpo dev'essere considerata come un indizio del fatto che a un certo punto nell'evoluzione dei primati
si è trovata di fronte a un bivio: o sviluppare il corpo o sviluppare il cervello. Le due cose non potevano coesistere per motivi metabolici.

In termini di consumo energetico, il cervello umano è al terzo posto tra i diversi organi, dopo i muscoli scheletrici e il fegato. Percentualmente, in condizioni di riposo, il cervello è responsabile del 20 per cento del dispendio energetico complessivo (negli altri primati non supera il 9 per cento), sebbene rappresenti il 2 per cento della massa corporea complessiva.

Che cosa ha rappresentato una simile fabbisogno energetico per l'evoluzione degli antenati dell'uomo? Sicuramente una limitazione, che le due ricercatrici brasiliane hanno stimato quantitativamente. Se si guarda ai mammiferi, un corpo, e di conseguenza un cervello più grandi corrispondono a un metabolismo basale che aumenta secondo una legge di potenza il cui esponente è intorno a 0,75. E quanto più è alto il fabbisogno energetico, tanto più tempo la specie dovra impiegare per alimentarsi, tempo che però è limitato da diversi fattori, quali la disponibilità di cibo, il tempo di ingestione e di digestione, nonché dal contenuto calorico di quanto consumato.

L'elevato numero di ore dedicate alla ricerca di cibo e il basso contenuto calorico dei cibi crudi imponeva di raggiungere un compromesso tra massa corporea e numero di neuroni, che spiegherebbe le dimensioni relative del cervello delle grandi scimmie. Queste limitazioni furono probabilmente superate da Homo erectus con il passaggio al consumo di cibi cotti. Questi, rendendo disponibile una maggiore quantità di calorie rispetto ai cibi crudi, hanno permesso di ridurre il tempo necessario alla ricerca di cibo, rendendo meno stringente la necessità di un compromesso metabolico e aprendo la strada a un rapido incremento delle dimensioni cerebali nella successiva evoluzione umana. Credit Le Scienze

1 Ricostruzione dell'Australopiteco
Lucy

2 Teschio di Homo erectus ritrovato a Koobi Fora, in Kenya. La cottura dei cibi, praticata per la prima volta nell'evoluzione umana, ha permesso a questa specie un enorme progresso nel numero di neuroni e nelle dimensioni del cervello (© Carolina Biological/Visuals Unlimited/Corbis)

3 Teschi di grandi scimmie a confronto in un laboratorio (© Albert Lleal/Minden Pictures/Corbis)

4 Le prime scimmie antropomorfe si sono staccate dalle proscimmie 35 milioni di anni fa!